Horror
Heaven
I
primi
cortometraggi 1977-1985
1.
I primi cortometraggi amatoriali no-feature
Già
verso la fine degli anni Settanta Jörg Buttgereit comincia una
produzione di cortometraggi riprendendo casualmente ciò che gli
veniva in mente. I suoi primi film non si distanziano molto da
semplici riprese “fatte in casa”: Klassenfahrt1
(18 min.) documenta il suo ultimo anno scolastico, Gags
und Schwarzer Humor (20
min.) raccoglie una serie di clip pubblicitari “riarrangiati” in
chiave parodistica. In queste prime pellicole, girate in super-8, si
nota già una certa inclinazione per la sperimentazione, come
l'utilizzo quasi psichedelico del colore in Colour
Trip e
Stress,
girati consequenzialmente (8 min.).
2.
Le radici dell'horror e il citazionismo
Con
il suo primo film ufficiale, Interview
with Frankenstein (1977,
3 min.)
Buttgereit inaugura una serie di cortometraggi che, pur mantenendo
l'approccio parodistico e comico dei primissimi lavori, si rivolgono,
per ideologia o per volontà di emulazione, al genere cinematografico
horror.
Il
citazionismo che ispira questi lavori è una dichiarazione d'amore a
un genere e ai suoi protagonisti del passato, da Frankenstein alla
Mummia, senza dimenticare il mostruoso Godzilla.
J.B.'s
Horror
Heaven
(1984, 30 min.) raccoglie sei corti del regista. Lo stesso
Buttgereit, seduto su un trono coperto da drappo di un velluto rosso,
contornato da teschi e candele bianche, introduce di volta in volta
il tema del cortometraggio seguente. Con Horror
Heaven,
dedicato a Boris Karloff, icona del cinema del terrore, il regista
berlinese accompagna lo spettatore attraverso una comica e personale
storia del cinema horror, ricordando le serate proposte dalla
televisione americana degli anni '50, come le celebri late
nights
presentate da Vampira (Maila Syrjäniemi).
Il
primo cortometraggio è una sorta di remake comico de La
mummia
(The
Mummy,
Karl
Freund, 1932): Die
Mumie
racconta il ritorno in vita del mostro bendato. Uscita dalla sua
cripta, che ricorda più i sotterranei di un castello medievale che
una piramide, la mummia assale una ragazza. Quasi immediatamente
arrivano “i buoni” (uno di questi è lo stesso regista) che,
armati di guantoni da box, picchiano a sangue l'arcano visitatore
dell'oltretomba.
Il
secondo cortometraggio è un ulteriore tributo a Karloff:
Frankenstein
rimanda lo spettatore alla sequenza del celebre film del 1931 di
James Whale, in cui lo scienziato da' vita alla sua mostruosa
creatura. La protagonista femminile di turno viene quindi rincorsa
dal patchwork
di
cadaveri vivente che, desiderando avere una compagna, la cattura con
l'intento di renderla una creatura simile a lui.
Con
il corto successivo assistiamo al ritorno della Mummia. Die
Rache der Mumie
è la rivincita del mostro che, sconfitto nel primo episodio, insegue
due fidanzati armata degli stessi guantoni da box con cui l'avevano
cacciata nel primo episodio, per vendicarsi a suon di cazzotti.
Captain
Berlin Gegen Hyxar
è il secondo episodio di una serie, trasversale a Horror
Heaven,
con
protagonista l'eroe mascherato ideato da Buttgereit. “Avevo bisogno
di una scusa per acquistare una maschera da Spiderman!”2
afferma il regista a proposito del suo precedente lavoro Captain
Berlin – Retter Der Welt (1982,
15 min.). Vestito con i colori della Germania, maschera dell'Uomo
Ragno e bandiera della città di Berlino come mantello, l'eroe
mascherato dovrà affrontare dei punk (in Retter
Der Welt),
e il perfido Hyxar, degno antagonista fumettistico, nell'episodio
incluso in Horror
Heaven.
Gazorra
– Die Bestie aus dem Erdinner
è senz'altro il cortometraggio più interessante della serie. Il
protagonista è un mostro preistorico, chiaro riferimento a Godzilla
(Gojira,
Ishirô Honda, 1954), che crea scompiglio nella campagna tedesca.
Girato per lo più in stop
motion
utilizzando un plastico, delle macchinine e un pupazzo molto simile a
Godzilla, il cortometraggio alterna parti in presa diretta (in cui
Buttgereit è a capo della difesa della Repubblica Federale Tedesca),
con filmati d'archivio (l'esplosione atomica sul finale).
L'interesse
di Jörg Buttgereit per i cinema giapponese dei mostri viene
pienamente documentato nei sui libri Japan
– Die Monsterinsel3
scritto nel 2006, dove un capitolo particolarmente curato è dedicato
a Godzilla e nel precedente Monster
aus Japan greifen an. Godzilla, Gamera & Co.4
“Di recente sono andato a Tokyo per qualche tempo – afferma il
regista intervistato da Gene Gregorits – e ho conosciuto molti
veterani dei film degli anni '60. Così ho girato un documentario su
Godzilla, Gamera e gli altri mostri giapponesi [Die
Monsterinsel, 2002, N.d.a.].
In Germania queste pellicole sono ancora poco conosciute. Io stesso
solo quando mi sono immerso nella loro cultura, ho studiato la loro
storia e ho imparato qualche parola di giapponese, ho apprezzato di
più questi film”.5
Chiara
metafora della mutazione, “Godzilla
innesta il trauma atomico sulla formula di King
Kong
– spiega David J. Skal a proposito del film di Ishirô Honda – I
giganteschi mostri radioattivi erano la cartina tornasole dell'ansia
postbellica”.6
Nel
Giappone degli anni '50, nonostante sia l'unica società ad aver
veramente subito un attacco nucleare, “era convinzione diffusa che
gli impianti di energia nucleare avrebbero finito per rendere
l'energia elettrica così a buon mercato che non vi sarebbe più
stato alcun motivo di conteggiarla. Innescata dal pacifico atomo, era
alla portata di mano di una nuova era di tempo libero e abbondanza
senza precedenti. [... L'atomo simboleggiava] un microcosmo, il
diagramma di una nuova visione del mondo. Il simbolo aveva una
funzione primaria, quasi cruciforme, rappresentando ogni fede,
speranza, paura e soggezione generate dall'ambigua era postbellica”.7
L'energia
atomica aveva negli anni '50 la duplice connotazione di benefica e
punitiva tanto in Giappone, quanto in America e in Europa. Nei primi
anni '80, in un'Europa senz'altro più smaliziata, l'energia atomica
era ancora l'emblema della distruttività umana, con l'accezione
positiva del “deterrente nucleare” alla guerra Usa-Urss. Le
tensioni della Guerra Fredda tra i due blocchi contrapposti erano
tuttavia ancora molto forti, più palpabili in una Germania divisa
dalla cortina di ferro. Che Buttgereit intendesse con il suo Gazorra
evocare
questi scenari della contemporaneità appare eccessivo, tuttavia
ricordiamo che il tema del nucleare in Germania dal 1980 era tornato
di attualità: le elezioni del 1980 avevano decretato la vittoria
della coalizione socialliberale (Spd) nonostante il crescente
successo del movimento per la pace sostenuto soprattutto dal settore
giovanile dell'elettorato. Questo movimento si era aggregato a
proteste politiche (soprattutto dei “Verdi”) legate all'utilizzo
dell'energia nucleare, fondendo le proteste pacifiste antiatomica con
quelle più ecologiste orientate contro lo sviluppo atomico.8
Buttgereit legando il personaggio giapponese, metafora della paura
per un olocausto nucleare, all'esplicitazione della distruttività
della bomba atomica (mezzo per eliminare Gazorra nel cortometraggio),
senz'altro richiama alla mente scenari sociali di dibattito dei primi
anni '80.
Girato
nel 1982 e riedito in Horror
Heaven,
Cannibal
Girl è
l'ultimo cortometraggio di questa raccolta. Non senza ironia,
Buttgereit introduce al pubblico una fantasia sessualmente perversa e
sadica propria della sua produzione successiva. La presa diretta e la
camera a mano contribuiscono ad accentuare il realismo che rende
questo cortometraggio un piccolo capolavoro del genere. Una ragazza
viene catturata da un maniaco che, dopo averla portata in una stanza
chiusa e aver indossato una maschera antigas si sveste e comincia a
saturare l'ambiente di flatulenze intestinali. La ragazza, stordita
dall'odore, è quindi costretta a una fellatio praticata su un
clamoroso würstel utilizzato come fallo che lei prontamente amputa
al maniaco con un morso.
Buttgereit
mutua l'idea da L'ultima
casa a sinistra (Last
House on the Left,
Wes Craven, 1972), riscrivendola in chiave grottesca, ma conservando
parte del carattere perturbante proprio dell'originale.
3.
Il fascino dell'inorganico
Con
il cortometraggio Der
Gollob (1983,
25 min.) Buttgereit anticipa la poetica dei suoi lungometraggi.
Ancorato a forme ironiche tipiche di questi primi lavori, Der
Gollob
racconta la storia di un mostro assassino nato da una reazione
chimica tra un detersivo in polvere e la pizza. L'incontro tra
l'inorganico e l'organico viene in questo caso considerato un evento
vivificante, Leit
Motiv
dell'intera produzione del regista tedesco.
In
uno dei suoi primi corti, Der
Explodierende Turnschuh (1981,
2 min.)9,
Buttgereit ci mostra l'esplosione di una scarpa in slow
motion,
rappresentando così l'“agire” inorganico. Il progetto originario
prevedeva una serie di corti con alcuni oggetti che esplodono
rispecchiando la concezione estetica e la conseguente umanizzazione
dell'oggetto che Mario Perniola definisce come una modalità della
perversione sessuale.
“La
tonalità alla base della performance
non è orientata verso il raggiungimento del piacere, ma verso il
mantenimento dell'eccitazione”.10
Non
a caso l'esplosione è girata in slow
motion
e, più che rappresentare metaforicamente un orgasmo, sembra alludere
a una sorta di autoerotismo dell'oggetto stesso. Opere simili, in
campo musicale, trovano i massimi esponenti nelle prime produzioni
dei Tödliche Doris, dei Cabaret Voltaire e degli Einstürzende
Neubauten.
“?
piuttosto
il termine slang high
a caratterizzare questo tipo di esperienza – continua Perniola –,
che è una specie di stato euforico più vicino a una addiction,
a una dipendenza, che a un sentimento”.11
Buttgereit
non ha completato mai la serie di oggetti che esplodono per la quale
aveva pensato al titolo The
Most Beautiful Destruction,
ma passa direttamente dalla rappresentazione del “sentire
dell'oggetto” alla concezione secondo cui l'uomo stesso è un
oggetto che sente, quindi una soggettività inorganica. Il
cortometraggio Manne
– Der Muwi (1981,
10 min.) mostra, e ancor più Mein
Papi,
il sovvertimento dei rapporti tra essere umano e mondo inorganico. In
queste due produzioni il regista berlinese porta la rappresentazione
dell'uomo alla più vicina somiglianza con la scarpa che esplode,
privandola di una qualsiasi connotazione “umana”, fino a
considerare l'essere vivente un oggetto della sua stessa
rappresentazione. In Manne
un uomo (Dirk Fesenheimer)12
si reca a una partita di football, beve troppo, vomita e muore. Ecco
che Buttgereit, ufficiosamente, spunta un altro oggetto dalla sua
lista Most
Beautiful Destruction.
Mein
Papi
è forse la produzione giovanile più interessante poiché con questo
cortometraggio il regista riesce a portare all'estremo
l'estraniazione dell'umano già presente in Manne,
attraverso la messa in scena di un reality
amatoriale su suo padre. Una sorta di feticismo voyeuristico
costringe lo spettatore alla visione del corpo-oggetto rappresentato.
La cinepresa, in realtà, non “rappresenta” il padre del regista
mentre è alle prese con alcune azioni banali (mangia, dorme, guarda
la televisione), ma lo “raffigura” come un oggetto, come una cosa
neutra, impartecipe – in effetti viene ripreso a sua insaputa –
ma viva, anche se priva di soggettività autentica.
Mein
Papi
Nella
riedizione del 1995 di Mein
Papi
Buttgereit sottolinea ulteriormente la destinazione cadaverica di
quel corpo che sembra vivo “per sbaglio”, come fosse
accidentalmente animato, ma è di già un cadavere.
L'incipit
al cortometraggio recita: “L'8 Marzo 1993 lo trovai morto sulla sua
poltrona, di fronte alla Tv con caffè e biscotti”.13
Sappiamo
quindi da subito che quello che ci si appresta a vedere è qualcosa
di già
trapassato, nella quale, per dirla con Barthes, la
catastrofe è già accaduta.
L'epigrafe di Mein
Papi,
tuttavia, non fa che accentuare e forse distogliere l'attenzione su
una morte già donata al raffigurato tramite il mezzo
cinematografico. La rappresentazione può certo aprire dibattiti
sociologici su un ceto impegnato in un dopolavoro di sonno, cibo e
televisione. Prescindendo anche da queste considerazioni, Mein
Papi
non cerca di costruire un personaggio a tutto tondo, ma di descrivere
un oggetto a 360 gradi.
Il
riferimento artistico più vicino all'estetica del regista berlinese
è la horror
art di
esponenti come Ron Mueck e i fratelli Jake e Dinos Chapman. Pare
evidente che la tendenza fondamentale delle arti figurative del
Novecento non
sia la ricerca di un processo
catartico o di derealizzazione, al contrario invece, sembra orientare
il fruitore verso un suo coinvolgimento in un'esperienza più forte e
intensa della realtà. Gli aspetti più violenti e più crudi sono le
tematiche di punta dell'arte contemporanea, e tra questi, senza
dubbio, ricevono un'attenzione particolare il sesso e la morte, eros
e thanathos.
Tutta
la produzione di Jörg Buttgereit è vicina a espressioni artistiche
caratteristiche della nostra contemporaneità (Mark Quinn, per
esempio, ma anche a John Bock, Keith Edmier, e Thomas Ruff) per
prossimità di tematiche, forme narrative, e tendenza ideologica di
fondo: il corpo (Corps),
il cadavere (Corpse)
e il sesso (Fucking)
sono le prerogative dell'estetica contemporanea (Art).
Il
corpo
acquista il massimo rilievo dal momento che è interlocutore
principale della tendenza artistica di oggi: eretto a simulacro della
modernità viene attentato nella sua integrità da brutalità proprie
della sfera sessuale (penetrazione, stupro) e dal carattere
perturbante della morte (smembramento, putrefazione).
Con
Mein
Papi Buttgereit
matura una propria estetica di rappresentazione della morte presente
in tutta la sua produzione, puntualizzando l'attenzione sul carattere
neutro dei suoi protagonisti, spesso più vicini a una raffigurazione
mortifera e oggettivistica, che costruiti come persone. Lo scultore
australiano Ron Mueck nel 1996 realizza un'istallazione che
sembra rispecchiare quelle caratteristiche culturali presenti nella
produzione di Buttgereit. Dead
Dad
è una scultura in lattice che ritrae un uomo disteso, morto,
completamente nudo. Questa apparizione richiama immediatamente alla
memoria certe raffigurazioni di Der
Todesking (1989),
in cui un corpo simile viene, nella solitudine della morte, piano
piano attaccato dalla putrefazione. Il Dead
Dad di
Mueck sembra invece morto da poco, il corpo rappresentato ci appare
indifeso, inerme, estremamente vulnerabile come il padre di
Buttgereit assopito innanzi al televisore. E ancora una volta il
corpo ci appare una cosa
minacciata nella sua integrità, destinata alla sua unica
destinazione certa: la morte.
La
sequenza della Crocifissione
Jesus
– Der Film
Tra
il 1985 e il 1986 il regista Michael Brynntrup avvia un progetto
sperimentale che coinvolge numerosi colleghi tedeschi. Le regole del
gioco sono semplici: super-8, rigoroso bianco e nero e la possibilità
di girare una vicenda a scelta della vita di Gesù. Nasce così Jesus
– Der Film (1986)
a cui parteciparono i registi Chris Dreider, Almut Isel, Konrad
Kaufman, Dietrich Kuhlbrodt, Georg Ladanyi, Giovanni Mimmo, Stiletto,
Andreas Wildfang e, naturalmente, Jörg Buttgereit.
Buttgereit
decide di ricostruire l'episodio della crocifissione di Cristo:
“Abbiamo girato in due ore, in un parco affollato di bambini che
correvano e giocavano. Non so perché si sia scelto di rappresentare
il Cristo con i canini da vampiro, forse perché li avevo sottomano e
volevo inserire una cosa mia nella vicenda”.14
La
crocifissione reinterpretata dal regista tedesco, nonostante si
affermi una certa casualità nelle scelte metaforiche e
contenutistiche utilizzate, offre più di uno spunto di riflessione,
collegandosi direttamente alle fascinazioni romantiche tipiche della
creatività di Buttgereit e di tutto il cinema horror tedesco.
Maturo
dell'esperienza dei primi corti (delle sue Mummie e del suo
Frankenstein), il regista berlinese affronta ancora una volta il
tema della morte, rievocando l'immaginario horror classico e fondendo
l'immagine cinematografica del vampiro con quella letteraria del
Cristo. La rappresentazione, dalle notevoli qualità estetiche
esaltate dal bianco e nero, apre scenari che caratterizzeranno tutta
la produzione di Buttgereit – il tema dell'erotismo e della
necrofilia – e rappresenta la summa di un'estetica dell'inorganico
corroborata in cortometraggi come Manne
e
Mein
Papi.
L'episodio
della Crocifissione (Kreuzigungsepisode,
3 min.) di Jesus
– Der Film
comincia con un bacio/morso sul collo del Cristo sofferente elargito
da una donna vestita di bianco. Questa breve sequenza iniziale già
delinea la tematica vampiresca e l'affezione di questa per il
l'aspetto tipico della pestilenza e del contagio, mutuata tanto dalla
cultura popolare, quanto dalla rappresentazione cinematografica di
Friedrich W. Murnau e di Werner Herzog.15
La
chiave di lettura del vampirismo, come mostrano questi due registi
tedeschi, è di natura sessuale. Il vampiro ammalia la preda, penetra
la carne, beve il sangue, prosciuga il corpo per dar luogo a un
commercio sessuale con la sua vittima. In pochi secondi, Buttgereit
mostra l'immagine del bacio del vampiro.
Il
corpo del non-morto assetato del sangue altrui è intimamente
connesso con l'idea di oggetto corporeo o corpo inorganico che
percorre tutta la produzione cinematografica del regista berlinese: i
vampiri “hanno un corpo-cosa, nel quale le qualità e le forme
divengono sospese e irrilevanti a favore dell'esperienza di
un'estensione che viene data e presa”.16
Per
Buttgereit il contagio non ha volto, non ha nome, e il bacio viene
dato al Cristo da una figura femminile sfuggente, coperta da un velo
bianco, quasi fosse un fantasma. La sessualità del vampiro se da un
lato manifesta il suo modo d'essere, dall'altro è feconda e
contagiosa, in quanto genera propri simili che sono a loro volta
corpi-oggetto. “Se il corpo della nostra amante fosse davvero
liberato dal sangue, il suo interno diventerebbe una grande tasca il
cui fodero non è diviso dalla pelle esterna: esso sarebbe finalmente
idoneo a una penetrazione illimitata che lo percorre tutto e lo
infila come un guanto”.17
L'esperienza
sessuale e vitalistica al di là dei confini della vita umana è tema
centrale del cinema di Jörg Buttgereit. Se il vampiro è un cadavere
volitivo, un morto che ricerca un rapporto sadico-erotico con i vivi,
il tema centrale del dittico Nekromantik
è
l'esatto contrario, la seduzione del cadavere e la relazione erotica
tra i vivi e i morti (inermi, passivi).
Dalle
prime immagini enigmatiche del bacio del vampiro, che ricalcano una
raffigurazione quasi pittorica della pietà, Buttgereit continua la
sua personalissima Via
Crucis:
la caduta del Cristo, gli scherni, la salita sul Calvario. Assistiamo
quindi alla svestizione, all'incoronazione (in questa versione si
tratta di un'auto-incoronazione) e infine al posizionamento del corpo
sulla croce.
Associare
la figura del nazzareno al vampiro manifesta un modo di sentire
proprio del romanticismo e della cultura tedesca che con ciò
corrobora la propria fantasia popolare. La figura del vampiro,
derivante dal folklore rumeno e da particolari elementi della
mitologia antica, durante l'epoca romantica viene assorbita e
rimodellata per accogliere e riassumere l'idea di non-morto. Come una
necrofilia al contrario,18
il vampirismo rappresenta l'avidità di vita di cui soffrono i morti.
Avvicinare la figura del Cristo a quella del vampiro significa
ricongiungere il non-morto romantico con l'originale cattolico di
non-morto proprio della cultura cristiana, che si trova
nell'iconografia e nel culto (macabro) dei santi.
La
resurrezione stessa, secondo la narrazione della Crocifissione di
Buttgereit, diviene un problema, come può essere un problema il
“risveglio” che segue il morso di uno zombie romeriano.
Dopo
averlo inchiodato alla croce, i soldati romani trapassano il cuore
del Cristo con un paletto di legno, in modo da sopprimere la sua
natura vampiresca. In questo modo, reiterando una penetrazione simile
a quella del bacio e del morso, il nazzareno viene ucciso, e già
morto viene innalzato sulla croce. Alle spalle del cadavere la croce
cade. Poi cade anche il corpo.
Hot
Love
(di
Giuseppe Priolo)
Girato
subito dopo So
War Das S.O. 36,
Hot
Love è
un corto super 8 decisamente atipico: i suoi 40 minuti lo avvicinano
di più a un mediometraggio piuttosto che a un prodotto di breve
respiro.
Introdotto
dalla malinconiche note al pianoforte di John Boy Walton e da una
semplice dedica trascritta “Fur
Pia, die mich zu diesem werk inspiriert hat”,
Hot
Love si
apre con il protagonista, Daktari, svegliato da un'improvvisa
telefonata da parte di un amico, il quale lo invita a una specie di
party. Il caso vuole che durante quel festino l’incrocio di sguardi
con Marion si trasformi in un vero e proprio colpo di fulmine. E nel
mentre il resto degli invitati è impegnato in una chiassosa orgia di
alcool e musica, Daktari ne approfitta per approcciare la ragazza.
L’interesse è corrisposto, e i due poco dopo si ritrovano a vivere
un periodo mieloso tipico di un innamoramento folle (Daktari arriva a
regalare a Marion un anello con le iniziali H e L, acronimo di “hot
love” appunto). Tutto fila liscio fin quando non irrompe sulla
scena un terzo incomodo, Jörg (Buttgereit), l’amante della
ragazza. In un raptus di gelosia Daktari aggredisce il ragazzo, il
quale per pronta risposta lo malmena fin quasi lo sfinimento.
Il
giorno dopo, senza perdere tempo, Daktari mette in pratica una sorta
di agguato; segue Marion fin nei pressi di un boschetto e poi, dopo
averla colpita con un bastone e fatta svenire, la violenta senza
pietà. Sconvolto però da quanto accaduto, il ragazzo dal cuore
spezzato decide qualche ora dopo di togliersi la vita tagliandosi le
vene.
Il
tema dello stupro come vendetta e quello del suicidio in Hot
Love
fanno pensare che questo cortometraggio sia una sorta di prova per
Nekromantik.
Anche nel film più scioccante e famoso di Buttgereit il
protagonista, lo stesso Daktari Lorenz, tradito dalla sua fidanzata,
ripete le dinamiche di Hot
Love,
stuprando una prostituta19
e nuovamente suicidandosi. Se in questo corto
la
ragazza violentata è la medesima che ha inflitto le pene d'amore al
protagonista, in Nekromantik
la vendetta si estende al genere femminile e acquista una tendenza
necrofila, riproducendo in maniera quasi rituale il tradimento. La
violenza carnale sembra quindi la naturale punizione all'infedeltà
come il suicidio la naturale destinazione della solitudine di un
umanità calpestata, abbandonata, portata agli estremi.
Nell'ultima
parte di Hot
Love
l’azione si sposta in avanti di nove mesi. Ci troviamo in un
reparto di ostetricia: Marion da alla luce un bambino, il risultato
della violenza perpetrata dall’ex fidanzato.
Durante
una scialba serata, il bimbo, dopo un violento rigurgito, si tramuta,
accompagnato dall’esaltante musica di Akira Ifukube, in un essere
repellente dalle sembianze di Daktari (tutta la sequenza finale è
stata girata con un filtro rosso sangue), il quale finisce per
massacrare i due attuando la tanto agognata vendetta. Alla fine
strapperà con le mani persino il cuore dell’amata, con la scritta
ENDE in sovraimpressione che sancirà la fine (tragica) di un amore
tanto passionale quanto effimero.
Buttgereit
esplora con questa pellicola il confine tra la vita e la morte,
interrogandosi su un'esperienza limite che va al di là del normale
stato di coscienza. Invertendo le regole della tragedia greca, il
regista non fa ricadere la colpa sul genos,
ma attraverso il parto un bambino dall'aspetto post-human
– e vagamente somigliante a quello di Eraserhead
(David
Lynch, 1977) – nella discendenza perpetra il sentimento di
vendetta.
Il suicidio e la morte di Daktari acquistano così un vitalismo
estremo e il suo ritorno alla vita attraverso il bimbo appare allo
spettatore una riesumazione. Il corpo putrefatto del piccolo è
visivamente un segno del passato, una rappresentazione del 'rimosso'
nella storia d'amore tra Marion e Jörg e la morte personificata in
questa figura inguardabile non è un confine biologico, ma un
ulteriore canale attraverso il quale il passato riaffiora in tutta la
sua violenza e tangibilità.
Durante
la prima del film, al cinema Sputnik di Berlino dove lavorava Jörg,
è stato realizzato nel 1986 un video musicale di 4 minuti, Das
Letze,
diretto da Uwe Bohrer (futuro direttore della fotografia di
Nekromantik)
in cui si vedeva Daktari Lorenz intonare con la chitarra il tema
portante di Hot
Love
dopo una breve presentazione dello stesso Buttgereit. Nel cinema 400
entusiasti spettatori decretano il primo successo del regista
berlinese e, rievocando dinamiche classiche dell'exploitation
americana
degli anni '60, viene esposto il modellino casereccio della vagina
usata per la scena del parto.
3
Jörg Buttgereit,
Japan
– Die Monsterinsel. Godzilla, Gamera, Frankenstein und Co.,
Martin
Schmitz Verlag,
Berlin, 2006.
6
David
J. Skal, The
Monster Show. A Cultural History of Horror,
Faber&Faber, 1993 (tr.it. The
Monster Show. Storia e cultura dell'horror,
Baldini & Castoldi, Milano, 1998, p. 216).
7
Ivi, pp. 216-217.
8
Ricordiamo
le manifestazioni di massa di Brokdorf (1976-77 e 1981), di
Gorleben (1979) contro la progettata centrale nucleare, di Kalkar
(1977) contro il deposito di scorie nucleari e contro la costruzione
di nuove centrali.
9
Questo
cortometraggio è stato poi inserito nell'antologia Sex,
Gewalt und Gute Laune Vol.2 curata
da Manfred Jelinski.
12
Musicista dei Soilent
Grün
e dei Die
?rtze,
conosciuto
anche come Bela B., ha partecipato ad altri cortometraggi del
regista e al lungometraggio Der
Todesking.
15
Rispettivamente:
Nosferatu
(Nosferatu
- Eine Symphonie des Grauens,
1922) e Nosferatu
– Il principe della notte (Nosferatu
– Phantom der Nacht,
1979).
17
Idem, pp. 101-102.
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