Cadaveri
disseminati
nella storia tedesca
Das
Deutsche Kettensägenmassaker
La
bandiera della Germania Occidentale viene innalzata lentamente
sull'asta e comincia a sventolare per una nazione intera che applaude
l'unificazione. Suonano, catartiche, le campane. Dalla folla si
sprigionano boati, lacrime, esperienze pirotecniche vengono scagliate
nel cielo sopra Berlino. Un cielo non più diviso che accoglie come
un grande utero gli schizzi bianchi dei razzi che da terra cercano di
raggiungerlo e fecondarlo di speranza. L'inno nazionale occidentale
accompagna il primo piano di Helmut Kohl, mentre su scalcinate
Trabant i tedeschi dell'Est varcano la frontiera, cantando a loro
volta e impugnando lattine di Coca-Cola.
Così
inizia Das
Deutsche Kettensägen Massaker
(Christoph Schlingensief, 1991) e con queste stesse immagini,
impresse nella memoria collettiva, la Germania raggiunge
l'unificazione. Schlingensief però racconta la storia in maniera
differente in quanto narra un eventuale risvolto irrazionale della
vicenda. Le performance folli del “Massacro tedesco della sega
elettrica”, che per amor di citazione per il pubblico italiano
dovrebbe essere “Non attraversate quel muro”, sono la
manifestazione di una componente irrazionale propria della cultura
tedesca, dalla quale nasce anche l'iperrealismo della Corpse-Fucking
Art.
Jörg Buttgereit, berlinese dell'Ovest, è già da tempo al di là
dal muro che separa ragione e antiragione e da questo fermento
viscerale germanico evoca e mette in scena la propria collezione di
mostri che, marciando, canta a squarciagola Deutschland
Über Alles.
In
tutto ciò Buttgereit non ha tanto meriti creativi, quanto espositivi.
Il perturbante nelle sue pellicole non è che la raffigurazione della
semplice e realistica autocoscienza di una nazione: nel periodo della
riunificazione tedesca il regista berlinese porta sul grande schermo
l'isolamento esistenziale della Germania e il passato storico
represso, smantellato, celato dietro un nuovo piano di urbanizzazione
di Postdamer Platz.
Autopsia
della
storia
Criticato
soprattutto da voci progressiste, il cinema di Buttgereit viene
troppo spesso etichettato come una produzione di serie Z,
immeritevole dell'appellativo “Art” (che in questa monografia
viene soppesato senza grande considerazione della decima musa). La
classificazione “Necro-porn-horror” tuttavia non tiene conto che
i film di Buttgereit non sono solo tematicamente e tecnicamente
complessi, ma si riagganciano, per istanze ideologiche e artistiche,
al cinema tedesco degli anni Sessanta e Settanta, e in particolare
alle produzioni di Hans Jürgen Syberberg, Werner Herzog e Rainer
Werner Fassbinder.
Negli
anni Ottanta il cinema tedesco rinnova le istanze del manifesto di
Obenhausen e cerca di rifondarsi attraverso l'esaltazione del Junger
Deuscher Film
e della Neue
Welle degli
anni Settanta. Buttgereit scava tra i resti del passato proprio come
aveva fatto il “Giovane cinema tedesco” recuperando e riportando
alla luce cadaveri che la storia ha deciso di lasciare sepolti. La
metafora della riesumazione è forte, non a caso l'oggetto di
perversione in Nekromantik
(1987) è una carcassa trovata in un fiume e il regista, qui anche
attore, appartiene alla squadra di recupero. Forse si tratta di una
questione di budget, ma la coincidenza si fa più inquietante con
l'analogia tra la macabra collezione di resti umani del protagonista
della pellicola e la tassonomia macabra tipica del cinema di
Buttgereit.
Il
pubblico, coinvolto in questa autopsia della storia, è costretto a
“vedere con i propri occhi”1
quello che la Germania ha preferito seppellire frettolosamente,
anziché ricordare e metabolizzare.
Sembra
incredibile che a Berlino negli ultimi quindici anni le
amministrazioni si siano impegnate così tanto per cancellare ormai
quasi ogni traccia del muro. E stupisce come nella capitale tedesca
si volti pagina con un'urbanizzazione che mira a nascondere pezzi di
storia come il museo della Gestapo (mai realizzato), il bunker di
Hitler (coperto dal monumento all'Olocausto), gli edifici della Stasi
(nascosti, celati, difficili da raggiungere persino se si chiedono
informazioni ai berlinesi).
La
decima arte invece è da sempre stata l'espressione
dell'autocoscienza tedesca: visitando il museo del cinema tedesco a
Berlino colpisce che ci si rammenti del cinema di Göbbels, dal
momento che sembra arduo confrontarsi con il passato nazista della
Germania con una, seppur profonda, visita turistica della ex capitale
del III Reich. L'opera concettualmente ed esteticamente più
significativa del cinema tedesco è proprio la manifestazione
dell'inconfessata coscienza storica della nazione: Hitler
– Un film dalla Germania (Hitler,
ein Film aus Deutschland,
Syberberg, 1977).
L'intento
di Syberberg è quello di solcare le correnti irrazionali
dell'autocoscienza tedesca, recuperando un frammento di storia. Allo
stesso modo Buttgereit compie un'opera di riesumazione, certamente
più “viscerale”, ma altrettanto puntuale.
Già
nei precedenti documentari Syberberg aveva esplorato l'essenza
dell'Heimat
germanico. Nel suo Hitler
il regista rievoca la figura e il personaggio del Führer sotto una
prospettiva visionaria, portando alla luce il lato oscuro che risiede
in ogni uomo e utilizzando documenti sonori e d'archivio: ironia e
pathos, tecniche di straniamento brechtiano.2
Una di queste è l'utilizzo di marionette e pupazzi propri della
tradizione del Puppenspiel.
Il risultato è una reincarnazione di Adolf Hitler nei corpi di
personaggi che sprigionano la forza e le necessità di una missione
germanica di costruzione culturale, sociale e politica dello
Zeitgeist.
La riflessione sulle categorie, che vanno oltre la razionalità e
l'incalzante danza di simboli e immagini accompagnati da Wagner,
seduce lo spettatore.
Questo
tipo di partecipazione “folle” è una caratteristica tipica anche
del cinema di Jörg Buttgereit. Nel suo Nekromantik
il regista berlinese alterna uno spietato realismo alle perturbanti
visioni del protagonista Rob (Daktari Lorenz). In una di queste, in
particolare, questi si risveglia all'interno di un sacco di plastica
per cadaveri in un paesaggio rurale tedesco. Una donna vestita di
bianco gli si avvicina porgendogli una scatola. All'interno il
protagonista trova una testa e, insieme alla ragazza, corre e gioca
tra i campi utilizzando il macabro oggetto come palla. Con questa
sequenza il regista apre uno spazio erratico nella vicenda narrata.
Un punto di origine che rappresenta una sorta di luogo sacro
d'iniziazione, di giochi e danze, un posto dimenticato e rimosso
dalla coscienza dell'uomo, ma che insistentemente, come un land
walk
originario, si manifesta catarticamente al protagonista, risvegliando
la sua coscienza. La forza simbolica di questo Eden laico rappresenta
tanto l'incipit del cammino umano, quanto la meta conclusiva in cui
eros
e thanatos
danzano
assieme.
In
un'altra sequenza vediamo il protagonista che ricorda la prima volta
che ha visto il padre squartare un piccolo coniglio. Questa scena –
degna di un cannibal
movie
– viene montata alternando alcune fantasie da autopsia. Se la scena
rurale della donna in bianco e del macabro gioco ha funzione
profetica, quella del coniglio è invece rivolta al passato del
protagonista che viene analizzato, come in un'autopsia, per far
emergere i contenuti più irrazionali. Ripetuta alla fine del film,
al contrario, “mostra che ciò che era stato distrutto viene infine
riesumato e ripristinato. Le vecchie ferite guariscono e ciò che era
cattivo riacquista positività”.3
Walk
Art
Werner
Herzog è per antonomasia il grande regista viaggiatore e nomade del
popolo tedesco. Sebbene nel cinema di questo autore visionario i
riferimenti al passato e alla storia sembrino casuali, lo spazio
creato nel suo peregrinare geografico, metaforicamente spirituale e
nel contempo narrativo, non è altro che un porsi ancor prima delle
radici tedesche dell'Heimat,
in quel momento arcaico della storia dell'uomo in cui “prima di
innalzare la prima pietra che emerge dal caos l'essere umano
possedeva una forma simbolica con cui trasformare il paesaggio”.4
Le radici del sentire umano e dell'abitare nel mondo è il camminare,
primo mezzo di espressione, di porre significati nello spazio
attraversato e prima azione estetica.
Il
protagonista del cinema di Herzog è colui che ha compiuto un cammino
e lo sta conducendo attraverso geografie reali e psichiche. Il
carattere di questa transumanza psicologica è l'isolamento dell'uomo
teutonico, del soldato germanico perso nella follia individuale e
collettiva.
Anche
i questo caso, come nel momento catartico di Nekromantik,
le forme di purificazione e di ritorno alle origini vengono ricercate
nella verginità dei luoghi da attraversare e nel rituale del
suicidio, presente anche nel cinema di Buttgereit.
Il
tema del suicidio
Herzog
è un punto di riferimento costante, per Buttgereit che dal regista
di Monaco eredita sia la fascinazione per il fantastico e il
visionario, sia la particolare inclinazione neoromantica. I primi
corti del regista, in particolare la serie di J.B.'s
Horror Heaven
(1984),
sembrano derivare
la loro espressività mitico-ironica dalle esperienze dell'Herakles
(1962)
di Herzog. Nei due Nekromantik
e in Schramm
(1993)
l'utilizzo sessuale degli oggetti e la componente feticista sono
concetti mutuati da una poetica dell'inorganico presenti in
capolavori herzoghiani come Fata
Morgana (1971)
e Land
des Schweigens und Dunkelheit (1971).
La componente malinconica di Nosferatu,
il principe della notte (Nosferatu:
Phantom der Nacht,
1979) e di Woyzek
(1979) vengono invece riprese da Buttgereit sottolineando la
componente claustrofobica propria dell'isolamento dell'individuo e
della perversione nei rapporti interpersonali. Significativa a tal
proposito è una delle scene di Nekromantik
2 (1991)
in cui Mark (Mark Reeder) è sepolto vivo fino al collo mentre la
protagonista Monika (Monika M.) gli copre la testa con una scatola di
cartone. La sequenza, ben più perturbante del sogno catartico di Rob
del primo Nekromatik,
indica nella morte non una possibilità salvifica per Mark ma la sua
destinazione finale. Nell'amplesso conclusivo, tra Monika e Mark, il
montaggio alternato rivela che per Monika il suo compagno è già
morto e nello scambio di corpi (quello vivo con il cadavere
riesumato) la spersonalizzazione di Mark è completa.
Il
suicidio di Rob al termine di Nekromantik,
intriso di quella fascinazione per l'oscuro e quella sessualità
malata e contagiosa, ricorda i toni poetico-erotici del Nosferatu
di
Herzog. La necessità del gesto estremo, alimentata dalla
disperazione esistenziale e dall'isolamento, ricorda inoltre la
predestinazione di molti eroi di Fassbinder, che trovano la morte per
mano propria.
La
voce di Buttgereit si affianca a quella di Herzog, in un canto che
esalta quella componente umana propria della soggettività germanica
incline storicamente a una tragica autodistruzione. L'eco storico
della resa incondizionata della Germania viene allora ottenebrato
dalla vicenda tragica di un uomo che, sotto i bombardamenti
angloamericani della capitale del Reich, sposa la sua compagna di
sempre e con lei si toglie la vita, riproducendo nell'intimo la
vicenda del suo Paese. Storia non a caso riesumata con risvolti
inediti in Blutige
Exzesse Im Fürhrerbunker
(1981, 8 min.),5
in cui Adolf Hitler, con l'aiuto di Eva Braun, vuole ripristinare gli
splendori del Reich.
Fotografia
e memoria
Un
ulteriore recupero della memoria storica viene affidato all'utilizzo
di fotografie. In Nekromantik
2 l'evocazione
del passato attraverso l'utilizzo di oggetti e immagini-oggetto è
centrale nella ricostruzione della memoria. Dal giornale che riporta
la notizia del suicidio di Rob alle varie fotografie degli album di
Monika M., l'evocazione del passato permette al regista di
presentificare l'assenza, costruendo una vera e propria estetica del
ricordo. Per Buttgereit, come per Roland Barthes, l'immagine diviene
allora “immagine-ricordo”, punto di raccordo tra il presente e la
propria storia, una modalità per “far rivivere i cadaveri del
passato”: “La fotografia non rimemora il passato. L'effetto che
essa riproduce su di me non è quello di restituire ciò che è stato
abolito (dal tempo, dalla distanza), ma di attestare che ciò che
vedo è effettivamente stato”.6
Il
quadro di un film: Calligari, ad esempio.
Il
ricorso a Barthes può esserci utile per inquadrare l'intera opera di
Buttgereit all'interno della tendenza realistica dell'arte
contemporanea.
Uno
dei riferimenti formali più vicini al realismo del cinema
contemporaneo sembra giungere dalle esperienze più vicine alla
rottura della rappresentazione diretta della realtà. In Nekromantik,
Der
Todesking (1989),
Nekromantik
2
e Schramm,
Buttgereit non fa altro che fotografare con la sua macchina da presa
case già sghembe, lampioni e alberi già
storti,
così come Robert Wiene aveva fatto per il suo Das
Kabinett des Dr. Caligari (1919).
Per il regista berlinese non è lo stato d'animo del soggetto a
deformare la realtà, ma la realtà stessa appare insana dietro
l'esperienza soggettiva razionalizzante. “I notissimi effetti
fisiognomici non si ottengono attraverso le inquadrature. La macchina
da presa non fa altro che riprodurre fotograficamente immagini
espressionistiche compiute. Non è l'inquadratura che capovolge e
deforma gli oggetti”.7
Il
realismo nel cinema di Buttgereit, che appare così lontano dalle
ambiguità del film-manifesto dell'espressionismo tedesco, recupera
da questo la volontà di copiare una realtà (deformata), anziché
mostrare come il soggetto deformi gli oggetti normali attraverso
l'esperienza del reale. In Nekromantik
troviamo tanto questo tipo di realismo, quanto sequenze visionarie.
La contrapposizione tra i due tipi di rappresentazione, l'alternanza
di rappresentazione della realtà diretta e verità soggettiva non
fanno altro che rendere l'esperienza reale del protagonista
estremamente perversa e molto più estrema e dolorosa dei suoi
tormenti interiori.
Dalla
tradizione del cinema della Repubblica di Weimar Buttgereit mutua
soprattutto le tematiche morbose e la tradizione romantica come, ad
esempio, Pest
in Florenz (Otto
Rippert, 1919), Unheimliche
Geschichten
e Anders
als die Anderen (entrambi
di Richard Oswald, 1919), o le pellicole di Ernst Lubisch: La
principessa delle ostriche (Die
Austernprinzessin,
1919), Madame
Dubarry (1919)
e Anna
Bolena (Anna
Boleyn,
1920).
Al
di là dei contenuti, l'impianto formale porta la rappresentazione
all'estremo, al superamento del dualismo soggetto-oggetto, in un
flusso di immagini che appaiono come la “fotografia” di un film,
o per dirla come Barthes, una raffigurazione (figuration)
del ripreso. Si tratta di una sospensione delle passioni nella
rappresentazione, l'epoché
delle affezioni soggettive che rende la rappresentazione filmica
semplice realtà riprodotta, carica di significati in sé e non
aggiunti dalla macchina da presa e da chi vi sta dietro.
2
Cfr: Giovanni
Spagnoletti,
Da
Obenhauser a Berlino. Le lunga marcia del cinema tedesco,
in Storia
del cinema mondiale,
a cura di Gian
Piero Brunetta,
Vol. III, L'Europa.
Le cinematografie nazionali,
Tomo 2, Einaudi, Torino, 2000, p. 1043.
3
David
Kerekes,
Sex
Murder Art. The films of Jörg Buttgereit,
Headpress, Manchester, 1998, p.39, intervista al regista
precedentemente apparsa in “Shock Xpress”, n. 4, 1988.
5
Questo
cortometraggio è stato poi inserito nell'antologia Sex,
Gewalt und Gute Laune (1991),
curata da Manfred Jelinski.
6
Roland
Barthes,
La
chambre claire. Note sur la photographie,
Gallimard, Seuil, 1980 (tr.it. La
camera chiara. Nota sulla fotografia,
Einaudi, Torino, 1980, p. 83).
7
Béla
Balázs,
Der
Film. Werden und Wesen einer neuen Kunst,
1952 (tr.it. Il
film,
Einaudi, Torino, 1987, 2002, p.101).
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