domenica 8 novembre 2015

Schramm


Squarcio di vita di un serial killer

E' difficile trovare un punto di partenza in Schramm, un inizio dal quale tutte le accezioni si coniugano divenendo satelliti di una trama narrativa lineare. La pellicola parte dalla fine, da un epilogo vissuto e rivissuto azzerando ogni strutturazione temporale: al centro dell'azione Lothar Schramm (Florian Körner von Gustorf), ennesima soggettività pervasa da solitudine e isolamento, da follie e fantasie che pare riduttivo raggrupparle nella definizione commerciale di “mente di un serial killer”. Metaforicamente viviamo, assieme al protagonista, esperienze emorragiche che, richiamando l'epica di Der Todesking, ogni lunedì cancelliamo come fossero peccati imbiancando il muro morale della nostra coscienza, sedando le pulsioni in un momento di catarsi che ricompatta il continuum temporale: “Today I am dirty, but tomorrow I'll be just dirt.”
Il giornale strilla a caratteri cubitali “Lonesome death of Lipstick Killer”, poi la macchina da presa ci riporta subito sul corpo disteso e senza vita di Lothar Schramm. Da questo incipit, come tasselli di un puzzle, i frammenti dell'infanzia del protagonista si coniugano in uno studiato montaggio con immagini di violenze, con flashback di onirici incontri sentimentali, cattoliche visioni, fantasie di amputazioni e pratiche sessuali.
L'operazione più conveniente per recuperare il senso del tessuto narrativo è quella del brain storming, appuntare su un foglio mentale tutte le intuizioni, i fatti e le vicende che ruotano attorno alla vita di Lothar Schramm. Quasi come se i suoi peccati fossero l'ossessione di un detective di un noir francese. Il problema è che, anche nel nostro compito di ristrutturare gli ultimi istanti di vita del protagonista, costui sale la sua scala a pioli con il secchio colmo di vernice bianca e cancella nuovamente i nostri pensieri disposti casualmente prima che si riesca a dare un racconto definitivo della sua storia.
La sequenza della morte del protagonista già ci immerge nella baratro dei suoi peccati e nel suo cammino verso la redenzione. La morte stessa viene scelta da Schramm come pena per i peccati che non può più tollerare, come unica possibilità di farla finita con il suo tormento, le sue contraddizioni. ? il fondo del baratro toccato dalla sua storia di degenerazione psichica.
Poi nuovamente Schramm cade dalla scala, muore, ma negli occhi rileggiamo ancora tutte la sua vita senza poter prendere appunti. Mentre l'uomo è disteso innanzi ai nostri piedi in una pozza di tempera bianca, suona il campanello.
Buon pomeriggio, – Schramm si ritrova di fronte due testimoni di Geova – hai mai pensato veramente a Dio?... Vorremmo parlarti di Gesù Cristo, di come sia morto anche per i tuoi peccati. Hai mai pensato che l'uomo è una creatura di mirabile perfezione?” E mentre i due ragazzi stanno per realizzare che Schramm è un essere di terribile imperfezione, come una bestia ridestata questi si avventa su di loro brandendo un martello.


Nebo Zovyot: fantasie di castrazione e redenzione

La fantasia di castrazione metaforicamente più potente della pellicola è l'amputazione della gamba.
Questo tipo di sottrazione viene autoinferta e viene giocata sul duplice piano fantastico/reale. Schramm non perde realmente la gamba, ma per la sua autocoscienza la sua gamba ormai è perduta, staccata dal corpo. Buttgereit gioca sull'ambiguità della irrealtà dell'amputazione: sequenze in cui fa jogging in cui vengono insistentemente inquadrate le sue gambe si contrappongono alla scena in cui il protagonista si sveglia, trovandosi la gamba staccata dal resto del corpo.
La presenza/assenza dell'arto inferiore domina tutta la pellicola e la stessa caduta dalla scala viene ripetuta nel film più di una volta: qui il regista berlinese gioca sulla percezione oggettiva dell'accaduto – Schramm cade dalla scala per errore – e sulla percezione soggettiva del protagonista. Salendo la scala per imbiancare il muro sporco del sangue delle sue ultime vittime, Lothar Schramm si trova improvvisamente senza appoggio la gamba finta cade dal sistema di cinghie che la tengono unita al pezzo monco del corpo e ne determina la perdita dell'equilibrio.
Ancora una volta la morte come scelta del protagonista, inconscia o inconsapevole, ma profondamente agoniata come unica via di redenzione. Non basta più cancellare le tracce di sangue dal reale, quando si tocca il fondo. La morte acquista così un significato salvifico, realizzando la predizione dei testimoni di Geova, le sue ultime due vittime. Schramm raggiunge la luce della grazia divina, lì incontra Gesù che lo punisce colpendolo.
La gamba finta, l'arto sostitutivo segno dell'amputazione, acquista in una scena di pochi secondi un significato metafisico, come fosse una tibia umana alzata al cielo (unità uomo-divino).
Tutte le fantasie di Schramm richiamano alla castrazione come sentiero per la propria salvezza. Dal dentista il protagonista fantastica sull'estrazione di un occhio,1 come a volersi punire per le proprie perversioni scopiche, mentre le proprie fantasie sessuali lo tormentano fino a portarlo a utilizzare dei chiodi per infliggersi dolore sul proprio sesso e “inchiodarlo” ad un tavolo in modo da imprigionare le pulsioni che lo tormentano.
Una delle scene più interessanti è la rappresentazione fantastica della creatura dalle sembianze di vagina che ossessiona il protagonista. L'essere cronenberghiano della vagina dentata è metafora tanto l'incapacità di Schramm di accettare il proprio corpo e le proprie pulsioni, quanto una presenza castrante nata dall'esteriorizzazione delle frustrazioni inconsce.


Peeping Schramm: fantasie scopiche

Già nel primo capitolo e in tutte le precedenti pellicole di Buttgereit abbiamo visto come l'utilizzo di fotografie sia un evidente mezzo dell'autore per costruire una sorta di estetica del ricordo. In Schramm il punto di vista si sposta e viene inglobato nell'arcipelago di fantasie e perversioni del protagonista. La scena che mette a nudo le tendenza scopofiliache del protagonista (oltre che richiamare ad un sentimento quasi necrofilo pre-Nekromantik), è la masturbazione innanzi al corpo drogato di Marianne (Monika M.). In una scena precedente Schramm, ascoltando un coito della sua vicina di casa, aveva frustratamente sincronizzato il proprio orgasmo con i lamenti della donna, ma è in questa scena in cui la droga, la spoglia, la fotografa e si masturba che la perversione assume potenti tinte perverse. La ragazza, infatti, non viene uccisa come ci si potrebbe aspettare e la pratica onanista termina con imprecazioni del protagonista contro le sue perverse pratiche.
La sequenza dell'uccisione dei testimoni di Geova è invece ripropone le fantasie fotografiche di Monika in Nekromantik 2: i due religiosi ragazzi in visita in casa Schramm vengono uccisi (gola tagliata e testa spaccata da un martello), spogliati, truccati e posti in posizioni sessuali. Infine vengono fotografati.


Schromance: fantasie neoromantiche

Schramm è soprattutto in film neoromantico, come lo sono Hot Love e i Necromantik. Come i protagonisti di tutte le pellicole di Buttgereit anche quello di quest'ultimo lungomentraggio è una soggettività che convive con le sue frustrazioni, con la solitudine e l'incapacità di relazionarsi con l'alterità. La via salvifica per Schramm sembra essere Marianne, di cui s'innamora. Ancora una volta è in ambito culinario che viene fotografato il momento di interazione tra il protagonista e la sua amata (come lo è stato in Nekromantik e in Nekromantik 2) e, ancora citando queste due precedenti pellicole è nel buio notturno in un ambiente etereo e fumoso che vediamo il protagonista ballare con Marianne, raggiungendo con l'immaginazione l'eden e la grazia divina che gli è negata nella realtà. La cena di Lothar e della ragazza segretamente amata culmina con una sequenza di suicidio di un estraneo che sembra uscito da Der Todesking.
Buttgereit mescola molti ingredienti insieme, giocando ardimentosamente con Angst (Gerald Kargl, 1983) e con Henry pioggia di sangue (Henry: Portrait of a Serial Killer, 1986). Del primo eredita lo stile autoriale che privilegia soggettive e movimenti di macchina, del secondo la costruzione di un personaggio a tutto tondo, privilegiandone la descrizione della sua natura più profonda.
Ma Buttgereit nel suo psicodramma si richiama, in maniera più velata, a The Driller Killer (Abel Ferrara, 1979) e a Maniac (William Lustig, 1980). Come per Lustig e Ferrara, il protagonista di Buttgereit riflette lo squallore del reale e la sua degenerazione psichica è specchio della condizione sociale (e umana) a cui è relegato.
Il regista berlinese porta ancora una volta sullo schermo il soggetto tedesco, la solitudine esistenziale e la frustrazione di un popolo che sta cercando di attuare l'unificazione politica e sociale, affrontando il problema dei suoi contenuti di democrazia e della propria collocazione in Europa. Ma è anche un confronto, sebbene poco esplicito, con il passato: il frammento finale di Schramm in cui Marianne legata ad una sedia indossa la divisa della gioventù hitleriana fa da chiusa alla pellicola, all'ombra della morte del protagonista.


Conversazione con Florian Körner von Gustorf

Michele Tosolini: Come è nato il rapporto tra cinema e musica nella scena artistica berlinese degli anni '80? Come hai conosciuto Buttgereit?

Florian Körner von Gustorf: Berlino a quel tempo era una piccola città e tutti volevano avere a che fare con musica, arte e cinema. Poi un giorno Max Müller, il nostro cantante,2 mi ha presentato Jörg.

MT: Cosa ne pensi di Schramm?

FK: ? grandioso! Probabilmente l'unico vero film tedesco su un serial killer.

MT: Buttgereit ha in qualche modo influenzato il cinema contemporaneo?

FK: Jörg ha girato delle pellicole uniche... ma non credo abbia influenzato nessuno.

MT: Una delle caratteristiche comuni a tutti i personaggi dei film di Buttgereit è la solitudine esistenziale. Che cosa ne pensi? Ritieni che Lothar Schramm sia il personaggio più estremo?

FK: ? vero, la solitudine è sempre centrale, ma non credo che Schramm sia il personaggio più estremo.

MT: Secondo te c'è una correlazione tra il tuo personaggio suicida in Der Todesking e Lothar Schramm?

FK: No, ...non del tutto. Lothar Schramm non voleva morire.

MT: Cosa mi puoi dire di Fur Alex? Credo che sia uno dei migliori corti di Sex Gewalt und Gute Laune.

FK: Lo è! L'ho prodotto e ci ho recitato, Max Müller lo ha diretto. Era una nostra idea, mia e di Max, così l'abbiamo fatto e ci è costato solo 2500 euro!

11/12/2007


M.

Con Schramm Buttgereit ci dona un personaggio indimenticabile, Marianne, simile alla ferrariana Thana.3 Ma la Belle de jour impersonata da Monika M. non è che un punto di arrivo di uno studio sulla figura femminile compiuto dal regista (ovviamente con sceneggiatore Franz Rodenkirken e produttore Manfred Jelinski) nel corso della sua produzione.
Nel cinema di Jörg Buttgereit le protagoniste femminili hanno sempre un ruolo privilegiato, in Der Todesking le troviamo nei ruoli chiave: la bambina che gioca, la soldatessa della Gestapo, la ragazza sotto la pioggia che cerca vendetta sul mondo maschile o la “cameramen” che spara sul pubblico durante un concerto, ma anche la moglie di uno dei suicidi stigmatizzata da perdite continue di sangue dalla vagina.
In Hot Love il regista ci racconta come alla fine di una storia d'amore il sentimento tradito si trasformi in odio e vendetta, mentre il successivo Nekromantik punta maggiormente sulla femminilità nel rapporto a due, introducendo l'adulterio necrofilo non tanto per far luce sulla sessualità deviata della ragazza, quanto sull'attrazione per quelle stesse sue perversioni sessuali che affascinano il protagonista.
Nekromantik 2 avendo come protagonista principale una necrofila, Monika, esprime ancor più quelle caratteristiche che le figure femminili hanno nei film di Buttgereit: (ricercata) indipendenza dall'universo maschile ed emancipazione di una sessualità complessa.
Si tratta di una donna dalla personalità dominante – afferma Monika M. parlando del suo personaggio – che non ha niente a che fare con le Scream Queens dell'horror tradizionale. [...] Nekromantik e Nekromantik 2 esasperano caratteri propri del vampirismo, come la relazione tra sesso e morte”.4 Buttgereit coniuga questi due elementi ponendo sempre una donna al centro, disegnandone i caratteri più profondi sul modello di ferale femmes astute, vendicatrici, predatrici e dall'animo complesso e travagliato.
Marianne è forse tra tutti il personaggio più intenso, evoluzione dei precedenti, l'oggetto catalizzante il desiderio degli uomini e, inevitabilmente, delle perversioni del protagonista. Sembra infatti incarnare proprio il tipo di sessualità agoniata da Lothar (pratiche bondage, travestitismo, sado-masochismo, stocking...), aprendo uno scandaloso legame di verosimiglianza tra la mente perversa del protagonista e il mondo esterno che bussa alla porta di Marianne pagando servizi di ogni tipo. Con Schramm Buttgereit si concentra anche sulla fragilità femminile contrapponendo alla donna castrante (simboleggiata metaforicamente dall'evirazione del Martedì di Der Todesking praticata dalla donna vestita da SS), la figura di una ragazza vestita con la divisa della gioventù hitleriana, legata, imbavagliata e alla mercé del mondo maschile.





1 Una scena che richiama alla memoria un giovane Jack Nicholson alle prese con delle estrazioni dentarie ne La piccola bottega degli orrori (The Little Shop of Horrors, Roger Corman, 1960).
2 Inteso dei Mutter.
3 Zöe Lund in L'angelo della Vendetta (Angel of Vengance, Abel Ferrara, 1981).
4 Intervista a Monika M. in Aa.Vv., “Necronomicon”, n.5, Maggio 1994, p. 10.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.