Squarcio
di vita di un serial killer
E'
difficile
trovare un punto di partenza in Schramm,
un inizio dal quale tutte le accezioni si coniugano divenendo
satelliti di una trama narrativa lineare. La pellicola parte dalla
fine, da un epilogo vissuto e rivissuto azzerando ogni strutturazione
temporale: al centro dell'azione Lothar Schramm (Florian Körner von
Gustorf), ennesima soggettività pervasa da solitudine e isolamento,
da follie e fantasie che pare riduttivo raggrupparle nella
definizione commerciale di “mente di un serial killer”.
Metaforicamente viviamo, assieme al protagonista, esperienze
emorragiche che, richiamando l'epica di Der
Todesking,
ogni lunedì cancelliamo come fossero peccati imbiancando il muro
morale della nostra coscienza, sedando le pulsioni in un momento di
catarsi che ricompatta il continuum temporale: “Today I am dirty,
but tomorrow I'll be just dirt.”
Il
giornale strilla a caratteri cubitali “Lonesome death of Lipstick
Killer”, poi la macchina da presa ci riporta subito sul corpo
disteso e senza vita di Lothar Schramm. Da questo incipit, come
tasselli di un puzzle, i frammenti dell'infanzia del protagonista si
coniugano in uno studiato montaggio con immagini di violenze, con
flashback
di onirici incontri sentimentali, cattoliche visioni, fantasie di
amputazioni e pratiche sessuali.
L'operazione
più conveniente per recuperare il senso del tessuto narrativo è
quella del brain
storming,
appuntare su un foglio mentale tutte le intuizioni, i fatti e le
vicende che ruotano attorno alla vita di Lothar Schramm. Quasi come
se i suoi peccati fossero l'ossessione di un detective di un noir
francese. Il problema è che, anche nel nostro compito di
ristrutturare gli ultimi istanti di vita del protagonista, costui
sale la sua scala a pioli con il secchio colmo di vernice bianca e
cancella nuovamente i nostri pensieri disposti casualmente prima che
si riesca a dare un racconto definitivo della sua storia.
La
sequenza della morte del protagonista già ci immerge nella baratro
dei suoi peccati e nel suo cammino verso la redenzione. La morte
stessa viene scelta da Schramm come pena per i peccati che non può
più tollerare, come unica possibilità di farla finita con il suo
tormento, le sue contraddizioni. ?
il
fondo del baratro toccato dalla sua storia di degenerazione psichica.
Poi
nuovamente Schramm cade dalla scala, muore, ma negli occhi rileggiamo
ancora tutte la sua vita senza poter prendere appunti. Mentre l'uomo
è disteso innanzi ai nostri piedi in una pozza di tempera bianca,
suona il campanello.
“Buon
pomeriggio, – Schramm si ritrova di fronte due testimoni di Geova –
hai mai pensato veramente a Dio?... Vorremmo parlarti di Gesù
Cristo, di come sia morto anche per i tuoi
peccati. Hai mai pensato che l'uomo è una creatura di mirabile
perfezione?” E mentre i due ragazzi stanno per realizzare che
Schramm è un essere di terribile imperfezione, come una bestia
ridestata questi si avventa su di loro brandendo un martello.
Nebo
Zovyot: fantasie di castrazione e redenzione
La
fantasia di castrazione metaforicamente più potente della pellicola
è l'amputazione della gamba.
Questo
tipo di sottrazione viene autoinferta e viene giocata sul duplice
piano fantastico/reale. Schramm non perde realmente la gamba, ma per
la sua autocoscienza la sua gamba ormai è perduta, staccata dal
corpo. Buttgereit gioca sull'ambiguità della irrealtà
dell'amputazione: sequenze in cui fa jogging in cui vengono
insistentemente inquadrate le sue gambe si contrappongono alla scena
in cui il protagonista si sveglia, trovandosi la gamba staccata dal
resto del corpo.
La
presenza/assenza dell'arto inferiore domina tutta la pellicola e la
stessa caduta dalla scala viene ripetuta nel film più di una volta:
qui il regista berlinese gioca sulla percezione oggettiva
dell'accaduto – Schramm cade dalla scala per errore – e sulla
percezione soggettiva del protagonista. Salendo la scala per
imbiancare il muro sporco del sangue delle sue ultime vittime, Lothar
Schramm si trova improvvisamente senza appoggio la gamba finta cade
dal sistema di cinghie che la tengono unita al pezzo monco del corpo
e ne determina la perdita dell'equilibrio.
Ancora
una volta la morte come scelta del protagonista, inconscia o
inconsapevole, ma profondamente agoniata come unica via di
redenzione. Non basta più cancellare le tracce di sangue dal reale,
quando si tocca il fondo. La morte acquista così un significato
salvifico, realizzando la predizione dei testimoni di Geova, le sue
ultime due vittime. Schramm raggiunge la luce della grazia divina, lì
incontra Gesù che lo punisce colpendolo.
La
gamba finta, l'arto sostitutivo segno dell'amputazione, acquista in
una scena di pochi secondi un significato metafisico, come fosse una
tibia umana alzata al cielo (unità uomo-divino).
Tutte
le fantasie di Schramm richiamano alla castrazione come sentiero per
la propria salvezza. Dal dentista il protagonista fantastica
sull'estrazione di un occhio,1
come a volersi punire per le proprie perversioni scopiche, mentre le
proprie fantasie sessuali lo tormentano fino a portarlo a utilizzare
dei chiodi per infliggersi dolore sul proprio sesso e “inchiodarlo”
ad un tavolo in modo da imprigionare le pulsioni che lo tormentano.
Una
delle scene più interessanti è la rappresentazione fantastica della
creatura dalle sembianze di vagina che ossessiona il protagonista.
L'essere cronenberghiano della vagina dentata è metafora tanto
l'incapacità di Schramm di accettare il proprio corpo e le proprie
pulsioni, quanto una presenza castrante nata dall'esteriorizzazione
delle frustrazioni inconsce.
Peeping
Schramm: fantasie scopiche
Già
nel primo capitolo e in tutte le precedenti pellicole di Buttgereit
abbiamo visto come l'utilizzo di fotografie sia un evidente mezzo
dell'autore per costruire una sorta di estetica del ricordo. In
Schramm
il punto di vista si sposta e viene inglobato nell'arcipelago di
fantasie e perversioni del protagonista. La scena che mette a nudo le
tendenza scopofiliache del protagonista (oltre che richiamare ad un
sentimento quasi necrofilo pre-Nekromantik),
è la masturbazione innanzi al corpo drogato di Marianne (Monika M.).
In una scena precedente Schramm, ascoltando un coito della sua vicina
di casa, aveva frustratamente sincronizzato il proprio orgasmo con i
lamenti della donna, ma è in questa scena in cui la droga, la
spoglia, la fotografa e si masturba che la perversione assume potenti
tinte perverse. La ragazza, infatti, non viene uccisa come ci si
potrebbe aspettare e la pratica onanista termina con imprecazioni del
protagonista contro le sue perverse pratiche.
La
sequenza dell'uccisione dei testimoni di Geova è invece ripropone le
fantasie fotografiche di Monika in Nekromantik
2:
i due religiosi ragazzi in visita in casa Schramm vengono uccisi
(gola tagliata e testa spaccata da un martello), spogliati, truccati
e posti in posizioni sessuali. Infine vengono fotografati.
Schromance:
fantasie neoromantiche
Schramm
è soprattutto in film neoromantico, come lo sono Hot
Love e
i Necromantik.
Come i protagonisti di tutte le pellicole di Buttgereit anche quello
di quest'ultimo lungomentraggio è una soggettività che convive con
le sue frustrazioni, con la solitudine e l'incapacità di
relazionarsi con l'alterità. La via salvifica per Schramm sembra
essere Marianne, di cui s'innamora. Ancora una volta è in ambito
culinario che viene fotografato il momento di interazione tra il
protagonista e la sua amata (come lo è stato in Nekromantik
e
in Nekromantik
2)
e, ancora citando queste due precedenti pellicole è nel buio
notturno in un ambiente etereo e fumoso che vediamo il protagonista
ballare con Marianne, raggiungendo con l'immaginazione l'eden e la
grazia divina che gli è negata nella realtà. La cena di Lothar e
della ragazza segretamente amata culmina con una sequenza di suicidio
di un estraneo che sembra uscito da Der
Todesking.
Buttgereit
mescola molti ingredienti insieme, giocando ardimentosamente con
Angst
(Gerald
Kargl, 1983) e con Henry
pioggia di sangue (Henry:
Portrait of a Serial Killer,
1986).
Del primo eredita lo stile autoriale che privilegia soggettive e
movimenti di macchina, del secondo la costruzione di un personaggio a
tutto tondo, privilegiandone la descrizione della sua natura più
profonda.
Ma
Buttgereit nel suo psicodramma si richiama, in maniera più velata, a
The
Driller Killer (Abel
Ferrara, 1979) e a Maniac
(William
Lustig, 1980). Come per Lustig e Ferrara, il protagonista di
Buttgereit riflette lo squallore del reale e la sua degenerazione
psichica è specchio della condizione sociale (e umana) a cui è
relegato.
Il
regista berlinese porta ancora una volta sullo schermo il soggetto
tedesco, la solitudine esistenziale e la frustrazione di un popolo
che sta cercando di attuare l'unificazione politica e sociale,
affrontando il problema dei suoi contenuti di democrazia e della
propria collocazione in Europa. Ma è anche un confronto, sebbene
poco esplicito, con il passato: il frammento finale di Schramm in cui
Marianne legata ad una sedia indossa la divisa della gioventù
hitleriana fa da chiusa alla pellicola, all'ombra della morte del
protagonista.
Conversazione
con Florian Körner von Gustorf
Michele
Tosolini: Come
è nato il rapporto tra cinema e musica nella scena artistica
berlinese degli anni '80? Come hai conosciuto Buttgereit?
Florian
Körner von Gustorf: Berlino a quel tempo era una piccola città e
tutti volevano avere a che fare con musica, arte e cinema. Poi un
giorno Max Müller, il nostro cantante,2
mi ha presentato Jörg.
MT:
Cosa
ne pensi di Schramm?
FK:
?
grandioso!
Probabilmente l'unico vero film tedesco su un serial killer.
MT:
Buttgereit
ha in qualche modo influenzato il cinema contemporaneo?
FK:
Jörg
ha
girato delle pellicole uniche... ma non credo abbia influenzato
nessuno.
MT:
Una
delle caratteristiche comuni a tutti i personaggi dei film di
Buttgereit è la solitudine esistenziale. Che cosa ne pensi? Ritieni
che Lothar Schramm sia il personaggio più estremo?
FK:
?
vero,
la solitudine è sempre centrale, ma non credo che Schramm sia il
personaggio più estremo.
MT:
Secondo
te c'è una correlazione tra il tuo personaggio suicida in Der
Todesking
e Lothar Schramm?
FK:
No, ...non del tutto. Lothar Schramm non voleva morire.
MT:
Cosa
mi puoi dire di Fur
Alex?
Credo che sia uno dei migliori corti di Sex
Gewalt und Gute Laune.
FK:
Lo è! L'ho prodotto e ci ho recitato, Max Müller lo ha diretto. Era
una nostra idea, mia e di Max, così l'abbiamo fatto e ci è costato
solo 2500 euro!
11/12/2007
M.
Con
Schramm
Buttgereit ci dona un personaggio indimenticabile, Marianne, simile
alla ferrariana Thana.3
Ma la Belle
de jour
impersonata da Monika M. non è che un punto di arrivo di uno studio
sulla figura femminile compiuto dal regista (ovviamente con
sceneggiatore Franz
Rodenkirken e produttore Manfred Jelinski) nel corso della sua
produzione.
Nel
cinema di Jörg Buttgereit le protagoniste femminili hanno sempre un
ruolo privilegiato, in Der
Todesking
le troviamo nei ruoli chiave: la bambina che gioca, la soldatessa
della Gestapo, la ragazza sotto la pioggia che cerca vendetta sul
mondo maschile o la “cameramen” che spara sul pubblico durante un
concerto, ma anche la moglie di uno dei suicidi stigmatizzata da
perdite continue di sangue dalla vagina.
In
Hot
Love il
regista ci racconta come alla fine di una storia d'amore il
sentimento tradito si trasformi in odio e vendetta, mentre il
successivo Nekromantik
punta maggiormente sulla femminilità nel rapporto a due,
introducendo l'adulterio necrofilo non tanto per far luce sulla
sessualità deviata della ragazza, quanto sull'attrazione per quelle
stesse sue perversioni sessuali che affascinano il protagonista.
Nekromantik
2 avendo
come protagonista principale una necrofila, Monika, esprime ancor più
quelle caratteristiche che le figure femminili hanno nei film di
Buttgereit: (ricercata) indipendenza dall'universo maschile ed
emancipazione di una sessualità complessa.
“Si
tratta di una donna dalla personalità dominante – afferma Monika
M. parlando del suo personaggio – che non ha niente a che fare con
le Scream
Queens
dell'horror tradizionale. [...] Nekromantik
e
Nekromantik
2
esasperano caratteri propri del vampirismo, come la relazione tra
sesso e morte”.4
Buttgereit coniuga questi due elementi ponendo sempre una donna al
centro, disegnandone i caratteri più profondi sul modello di ferale
femmes
astute, vendicatrici, predatrici e dall'animo complesso e
travagliato.
Marianne
è forse tra tutti il personaggio più intenso, evoluzione dei
precedenti, l'oggetto catalizzante il desiderio degli uomini e,
inevitabilmente, delle perversioni del protagonista. Sembra infatti
incarnare proprio il tipo di sessualità agoniata da Lothar (pratiche
bondage,
travestitismo, sado-masochismo, stocking...),
aprendo uno scandaloso legame di verosimiglianza tra la mente
perversa del protagonista e il mondo esterno che bussa alla porta di
Marianne pagando servizi di ogni tipo. Con Schramm
Buttgereit
si concentra anche sulla fragilità femminile contrapponendo alla
donna castrante (simboleggiata metaforicamente dall'evirazione del
Martedì di Der
Todesking
praticata dalla donna vestita da SS), la figura di una ragazza
vestita con la divisa della gioventù hitleriana, legata,
imbavagliata e alla mercé del mondo maschile.
1
Una scena
che richiama alla memoria un giovane Jack Nicholson alle prese con
delle estrazioni dentarie ne La
piccola bottega degli orrori (The
Little Shop of Horrors,
Roger Corman, 1960).
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.