Let
us die
Biennale
di Venezia, 1993. L'artista Hans Haacke ricopre di macerie la parte
centrale del padiglione tedesco. Un'opera inquietante, riflessiva, in
cui l'artista non ha fatto altro che spaccare il pavimento originale
costruito in epoca nazista, rendendo così impraticabile lo spazio.
Germania,
scritto in caratteri maiuscoli sul muro, è il titolo
dell'istallazione che riaggancia idealmente il tema della distruzione
con la caduta del muro di Berlino. Haacke riversa una categoria etica
in un valore estetico, richiamando proprio quel passato che si è
voluto dimenticare. La storia tedesca degli ultimi cinquanta anni è
stata scritta a partire dalla rimozione. Dimenticare Hitler,
lasciarsi alle spalle il moral
bombing,
rimuovere le macerie del muro, uniformare tutte le distinzioni: ecco
la Germania dal Dopoguerra ad oggi. Contrariamente l'opera di Haacke
recupera quegli elementi formali che si vuole dimenticare, cercando,
attraverso l'influenza dogmatica del passato, una rifondazione
dell'Heimat.
Nel
cinema e nella letteratura la forte presenza della sessualità, con
funzioni idealiste, e della morte, nella sua accezione necrofila, non
può non fare i conti con il Romanticismo di cui le arti teutoniche
contemporanee ne sono eredi dirette. Il Corpo, al centro della
poetica di Jörg Buttgereit, deve essere inteso sia come luogo
privilegiato della rappresentazione, sia come confine biologico, come
territorio di scambio di significati sociali, politici, artistici,
filosofici. L'immagine ricorrente in Der
Todesking
del corpo in decomposizione non è forse quella stessa metafora
violenta che possiamo scorgere nelle macerie di Hans Haacke?1
La rappresentazione cadaverica di Buttgereit si differenzia da quella
di Dead
Dad
di Mueck, non è asettica, immobile, iperrealistica, ma dinamica,
cancrenosa, luogo di estrema vitalità batterica. Come Germania,
questa immagine evoca il potere rigenerativo delle macerie, legando
indissolubilmente morte e rinascita, suscitando nel fruitore
l'attrazione per il potere generativo della putrefazione.
In
Der
Todesking
già dai primi fotogrammi si enuncia la tematica centrale del film:
la morte. Su uno sfondo nero si staglia dall'alto l'immagine del
corpo nudo di un uomo in posizione raccolta. La macchina da presa si
muove lentamente. Quando la figura raggiunge il centro dello schermo,
il corpo si muove, assumendo una posizione supina.
La
breve sequenza iniziale è metafora della vita.
In
un brevissimo lasso di tempo il corpo nudo muta la propria posizione
mostrandosi nelle tre fasi significanti della vita umane: la nascita
(il corpo compare dall'alto dello schermo, è in posizione fetale e
immobile – si muove la mdp), la vita (il corpo si muove per
cambiare postura), la morte (di nuovo il corpo è immobile, questa
volta disteso). Questa immagine percorre tutto il film
episodicamente. Il cadavere viene mostrato nelle varie fasi della
putrefazione (decadimento della carne/pasto di mosche e
batteri/corruzione delle parti organiche fino alla riduzione a ossa).
I
titoli di testa scorrono su queste immagini per tornare, dopo un
piccolo stacco concettuale su una bambina che disegna, mostrando
un'epigrafe: “Was
mich töten, bleibtmein Geheimnis”
(Pierre François Lacenaire).2
Così
come Nekromantik, il titolo Der Todesking non è altro che un
acronimo che in italiano ha come corrispettivo la definizione di “re
della morte”. La commistione delle parole nel titolo si ricollega
anche alla scelta (quasi fisiologica) di girare Der Todesking con
pellicola 8 e 16mm, dando al film un impronta ancora più sporca e
deprimente.
Il
tema della morte, e in particolare il tema del suicidio, vengono
trattati da Buttgereit come fossero filtrati da uno sguardo puerile e
semplice, seguendo l'ottica giocosa e magica dell'infanzia. La
bambina che all'inizio del film disegna sul suo quaderno uno
scheletro incoronato è la vera narratrice, che fantastica con
purezza e ingenuità sulla morte, destinando ogni vita rappresentata
nel suo racconto a un capriccio infantile. “Innocenza è il
fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco”.3
Attraverso
questa manifesta nostalgia di innocenza il regista berlinese parla di
morte e suicidio ispirato dalla fantasia infantile, muovendo le
pedine nella fabula seguendo le regole del gioco fanciullesco. L'idea
ludica viene richiamata tanto dalla figura della bambina, quanto
dalla lettera che i molteplici personaggi declinati al “gioco del
re della morte” ricevono:
“Perdiamo
la nostra vita con gioia”
(Lautréamont)
Questa
è una catena. E un messaggio. Ed è l'ultima parola, la fine di una
lunga lotta. Quando riceverai questa lettera NOI SAREMO MORTI. Ti
chiediamo, dopo che avrai spedito più copie possibili ai
“non-ancora-morti”, DI LASCIARE LA TUA ESISTENZA senza
esitazione. Come dal presupposto:
“Muoio,
dunque sono!!”
La
lettera appare dall'inizio del film – sebbene solo verso la fine lo
spettatore riesca a leggerla –, ogni personaggio ne riceve una, ma
non tutti decideranno di suicidarsi.4
La pellicola si chiude con la fine del gioco della bambina, che
spiega sorridendo che il Re della morte (Der Todesking) è “il
sovrano che fa decidere ai suoi sudditi di non volerne più sapere
della vita”. Il suicidio, quindi, non è un atto della volontà
raziocinante di chi lo commette, ma è in potere a un'entità divina
che affievolisce nell'uomo l'interesse per la propria vita.
La
sacralità del gesto viene corroborato dall'ultima epigrafe anonima
che chiude la lettera:
“In
sei giorni Dio creò il cielo e la terra. Nel settimo giorno si
uccise...”
Il
film per certi versi si ricollega ad una visione religiosa del
creato, e nel merito sembra trarre ispirazione dalla Bibbia ed in
particolare dal seguente versetto della Genesi: “Dio
creò in sei giorni i cieli, la terra e tutto ciò che è in essa, e
li creò dal nulla; ogni singola parte è designata a lavorare con
tutte le altre in perfetta armonia. Quando Dio completò il suo
lavoro di creazione, dichiarò che esso era molto buono”5
la morte non esisteva, e sia gli animali che gli uomini erano
vegetariani.
Aggiungendo e postulando con il film che il settimo giorno Dio si
suicidò affidando la stessa sorte agli abitanti terrestri. Sebbene
sia un assunto piuttosto affascinante, il film di Buttgereit sposta
il discorso narrativo verso un’area più astratta, quasi diafana,
dove il “re della morte” induce al suicidio, ogni giorno della
settimana, senza alcuna motivazione apparente. Per sua stessa
ammissione, Der
Todesking
non è altro che un esperimento arty,
voluto dallo stesso Buttgereit per testate situazioni e tematiche
assolutamente poco appetibili per il grande pubblico.
Il
regista racconta sette brevi episodi (intitolati con i nomi dei
giorni della settimana)6
in cui si assiste ad una scansione di ordinari suicidi. La morte non
è solo la rinuncia al gioco del vivere, ma è interno allo stesso
gioco, compiuta da un'entità effimera che si diverte a spostare qua
e là le pedine nella sua grande scacchiera. Giorno dopo giorno
assistiamo non tanto ad atti suicidi, quanto casomai a giornate
monotone “riempite da un umano svuotarsi e da uno svuotarsi
dell'umano”.7
Lunedì
Un
uomo, Horst Kestecki (Herman Koop), ritorna a casa. Scrive una serie
di lettere, poi telefona al proprio datore di lavoro dando le proprie
dimissioni. Dalle piccole e meccaniche faccende del protagonista,
notiamo una certa ossessione per i pesci: i suoi libri, il segnacarte
a forma di acquario, alcuni soprammobili, i poster alle pareti, la
colonna sonora, tutto richiama alla mente l'ambiente acquatico. Il
regista esplicitamente paragona la vita (monotona, alienante) del
protagonista a quella del suo pesce rosso, inquadrato più di una
volta. ?
Horst
ad essere prigioniero della propria esistenza come fosse egli stesso
all'interno di un'ampolla di vetro.
Buttgereit
gioca anche sull'elemento temporale. Lo spettatore sa che l'intera
vicenda si svolge in un lunedì, ma la struttura narrativa comprime
nel tempo del ripreso più e più giorni: la cinepresa compie una
carrellata circolare mostrando il protagonista in differenti
posizioni, mentre le lancette dell'orologio e il calendario
scandiscono il passare delle ore e dei giorni. In questa sequenza
unica vengono mostrati gli stessi oggetti spostati, tra i quali
spicca il vinile dei Tödliche Doris, senza titolo, ma conosciuto
come 7
tödliche Unfälle im Haushalt
(1981) – letteralmente Sette
incidenti mortali in casa.
Questa immagine permette tanto di spiegare lo scorrere del tempo (il
disco viene ripreso in una scena posizionato con la copertina
visibile, nella seguente con la quarta in vista) e richiama sia le
ossessioni del protagonista (il disegno in copertina è un pesce
stilizzato, in quarta c'è disegnata una lisca), sia la tematica
sottesa all'intero film (si nomina la morte e il ricorrente numero
7).
“Fishman
lives in his bathroom for 43 years!” Il titolo in prima pagina di
un giornale appoggiato sulla scrivania ci permette di concludere
l'intero viaggio nella vita di Horst, dandoci consapevolezza delle
sue ossessioni fantastiche e delle sue intenzioni. Dopo essersi
chiuso in bagno si fa la barba, si spoglia ed entra nella vasca piena
d'acqua. Lì assume una dose letale di pillole.
Martedì
Un
ragazzo (Heinrich Hebber) controlla la propria posta. Ha ricevuto una
lettera che possiamo presupporre sia stata imbucata dal suicida
protagonista dell'episodio di Lunedì
(la cassetta postale del ragazzo è sotto quella in cui capeggia il
nome Horst Kestecki, contraddistinta tra l'altro da un pesce
disegnato). Il ragazzo si reca in un videonoleggio.8
Una carrellata sulle videocassette ci mostra alcune delle pellicole
più influenti nell'opera di Buttgereit. Tra queste scorgiamo
pellicole molto differenti tra l'oro: Faster,
Pussycat! Kill! Kill! (Russ
Meyer, 1965), Godzilla
(Gojira,
Ishirô Honda, 1954), Videodrome
(David
Cronenberg, 1983), Citizen
Kane (Orson
Welles, 1941), Female
Trouble (John
Waters, 1974), Day
of the Dead (George
Romero, 1985), The
Texas Chainsaw Massacre (Tobe
Hooper, 1874), Salò
o le 120 giornate di Sodoma (Pier
Paolo Pasolini, 1975), Angel
of Vengance (Ms.
45,
Abel Ferrara, 1981), An
American Werewolf in London
(John Landis, 1981), The
Howling (Joe
Dante, 1981), Maniac
(William
Lustig, 1980). Tra questi titoli ricordiamo alcuni mondo movies, un
paio di video musicali (U2, David Bowie) e, come autocitazione, Hot
Love e
Nekromantik.9
Con questa carrellata cinefila Buttgereit introduce un linguaggio
metacinematografico che nel corso del film si trasforma in una vero e
proprio gioco di scatole cinesi.
Il
ragazzo prende in mano Mein
Essen mit André (My
Dinner with Andre,
Luis Malle, 1981), per poi riporlo, scegliendo il Nazi-movie Vera,
Todesengel der Gestapo
(letterale: Vera,
l'angelo della morte della Gestapo).
Questa pellicola, a differenza delle altre, non esiste, ma la
copertina è pressoché identica alla produzione più famosa tra gli
Eros-Svastika: Ilsa,
la belva delle SS
(Ilsa,
She Wolf of the SS,
Don Edmonds, 1975).
Se
My
Dinner with Andre viene
riposto dal protagonista della microstoria del Martedì,
per Buttgereit il film è solo “rinviato”: in Nekromantik
2,
girato l'anno successivo a Der
Todesking,
omaggia la pellicola di Malle con una sequenza intitolata Mon
déjeunner avec Vera.
Vera
(Hille Saul), nella veste di torturatrice della Gestapo, è per il
regista berlinese l'alter ego di Ilsa, in una sorta di film dentro il
film. Arrivato a casa il ragazzo comincia a guardare il film preso a
noleggio. Un uomo (Jörg Buttgereit) viene torturato ed evirato da
una soldatessa selle SS in presenza di altri due soldati. Poi la SS
raccoglie il membro amputato e disegna con il sangue una svastica sul
petto della vittima.
L'utilizzo
degli stilemi dell'Nazi-movie e dell'effetto seppia sono gli
escamotage di Buttgereit per far sembrare un film reale questa
improbabile rivisitazione di Ilsa.
Il regista, inoltre, modifica il riferimento politico tipico del
filone Nazi-Exploitation, stravolgendo l'identità ideologica degli
aguzzini. Siamo nel 1989, i protagonisti in Germania sono, forse per
l'ultima volta i nazisti (eredità tedesca occidentale), i socialisti
(uomini chiave della politica fallimentare dell'est) e gli americani
(che simboleggiano sia la presenza alleata a Berlino Ovest, sia il
processo di americanizzazione tedesca orientale attiva dal
dopoguerra). Buttgereit quindi recupera i simboli del passato
tedesco. Vera è vestita da SS mentre gli altri due soldati
(Baerbette Juette e Mark Reeder) indossano rispettivamente le divise
angloamericane e tedesche-orientali. ?
questo
il passato germanico da cui far nascere una nuova coscienza
nazionale, come si vuole che il Re della morte, inquadrato in una
breve sequenza alla fine di questa pellicola, sia accompagnato da un
bambino appena nato.
La
visione della videocassetta viene disturbata da una ragazza (Simone
Spörl) che, tornando a casa, rimprovera al protagonista
l'ossessione per i film violenti. Lui le spara in testa macchiando di
sangue e materia cerebrale il muro. Poi stacca una cornice la sua
foto con lei, rimuove l'immagine, e la appende sopra il muro sporco,
incorniciando così la macchia di sangue. “?
una
sorta di arte del disgusto. Si riferisce in particolare ad alcune
produzioni cinematografiche spiccatamente horror, ma ancor più al
pubblico, alle persone che vogliono solo vedere violenze estreme nei
film... rappresentare teste che esplodono a me non interessa”.10
Ma
forse la metafora sottesa a questa scena rivela anche una certa
poetica romantica tipica di Buttgereit. Possiamo riscontrare nei film
del regista una profonda passione per ciò che è marcio e putrido,
definita dall'assimilazione dell'idea di bellezza con quella di
morte. L'opera d'arte creata con uno schizzo di sangue sul muro in
questo caso fa emergere dall'incontro tra organico e inorganico un
estremo vitalismo. Questo concetto sta alla base di tutta l'arte
postmoderna, si pensi a Self
di Mark Quinn, un calco di silicone della testa dell'artista
contenente il suo sangue, e l'idea viene evocata anche nell'episodio
successivo del film, Mercoledì,
in cui una statua di pietra raffigurante un angelo viene macchiata
del sangue del suicida.
Dopo
l'omicidio viene ripreso lo schermo del televisore nel quale vediamo
nuovamente la cornice, il muro e ci rendiamo conto di un livello
metanarrativo all'interno della vicenda appena conclusa. Nel nuovo
livello della rappresentazione viene semplicemente ripresa l'immagine
del televisore. Lentamente la camera allarga il piano d'inquadratura
e, dopo un tonfo, scorgiamo delle gambe penzolanti. L'identità del
suicida rimane nascosta.
L'omaggio
alla serie Ilsa e a certi nazi-movie italiani, è stato censurato una
volta distribuito in Inghilterra per conto della Imagepress.11
In un primo momento la British Board of Film Classification aveva
negato il visto censura al film, ritenendolo troppo estremo. Si è
proceduto quindi a qualche taglio e fu completamente cancellata (per
opera dello stesso Buttgereit) la famosa sequenza dell’evirazione.
Come se ciò non bastasse, fu modificata parte della colonna sonora e
il film ebbe così il visto censura V.M 18 e poté circolare grazie
ad una distribuzione a tiratura limitata (500 vhs).
Mercoledì
Le
peculiarità dell'episodio di Martedì
e la ripetizione in tutto il film delle dinamiche suicide ci
permettono di considerare Der
Todesking
un ritorno senza fine delle medesime tematiche. In Mercoledì
Buttgereit
recupera tutti i temi già giocati precedentemente, mescolandoli e
riassemblandoli.
Una
ragazza (Susanne Betz) cammina sotto la pioggia. Anche lei ha
ricevuto la lettera e, dopo averla letta, la lascia cadere in una
pozzanghera, metafora del death
by water
dell'uomo-pesce del Lunedì.
Raggiunge una panchina in un parco dove trova un uomo (Michael
Krause) seduto senza ombrello. Questi le racconta la sua
disperazione, parlando in particolare dei problemi sessuali con sua
moglie, che da qualche tempo sanguina ad ogni rapporto sessuale. Le
parole dell'uomo ci fanno capire la sua insistenza con la moglie –
la sera di un anniversario racconta di aver voluto fare l'amore con
lei, ma questa aveva cominciato nuovamente a sanguinare. L'immagine
evoca ancora una volta la visione ciclica su cui l'intero film è
strutturato, declinandola al tema della malattia, della sessualità e
del contagio. In particolare l'immagine di due amanti suicidi in un
letto di lenzuola imbevute di sangue è l'epilogo dell'episodio
Venerdì.
Buttgereit riesce a trasporre la malattia dalla moglie all'uomo,
tanto che la frustrazione sembra colpire quest'ultimo in prima
persona. L'insopportabilità del racconto gioca sull'insistenza
sessuale del marito sulla moglie, per questo motivo la donna che
silenziosamente ha ascoltato la vicenda impugna la pistola puntandola
sulla tempia dell'uomo. Questi la prende, si ficca la canna in bocca
e fa fuoco, macchiando del proprio sangue la statua alle sue spalle.
Morte chiama morte, la ragazza ha una pistola perché vuole
commettere un suicidio, ma la punta sull'uomo per attuare “una
sorta di vendetta del mondo femminile sugli uomini”.12
La
messa in scena quasi rituale del tentato omicidio e l'aura di
vendetta che vi si coglie sembrano strizzare l'occhio a L'angelo
della vendetta (Ms.
45,
1981) di Abel Ferrara, citato all'inizio dell'episodio del Martedì
tra le videocassette a noleggio nel negozio. A ricordare il film del
regista italo-newyorkese contribuiscono la statua dell'angelo e la
silenziosità della ragazza – non dice nemmeno una battuta – che
appare muta come la protagonista vendicatrice della pellicola di
Ferrara.
Buttgereit
sembra ricostruire la sequenza de L'angelo
della vendetta
in cui Thana ascolta uno sproloquio di un commesso viaggiatore
tradito dalla moglie con un'altra donna. Su una panchina la ragazza
fa per sparargli, ma l'arma s'inceppa. L'uomo pensa sia uno scherzo,
si punta la pistola alla tempia e si spara.
Il
regista berlinese ricostruisce questa stessa situazione e non può
permettere che la rivalsa della sua protagonista si consumi nei
termini dell'omicidio. Solo il suicidio, infatti fa emergere la
repressione, parafrasando Baudrillard, la natura repressiva del
sistema. “?
il
gioco della morte che maschera la funzione di morte nel sistema
stesso. L'ordine detiene la morte, ma non può giocarla
– vince soltanto chi gioca
la
morte contro di esso”.13
Il
suicidio è costante nella storia tedesca, in particolare nel XX
Secolo la morte di Adolf Hitler ed Eva Braun è la vera tragedia
dalla quale si è ricostruita la Germania, più dei bombardamenti
anglo-americani su Dresda o l'entrata dell'Armata Rossa nella
capitale del Reich. Il suicidio cui si assiste all'epoca di Der
Todesking
è l'evento sociale del crollo della Ddr, che tra il 1989 e il 1990
scompare tra le manifestazioni dei cittadini di Berlino Est e
l'annessione dei Landen orientali nello Stato Federale. Il film non
può avere coscienza storica di questi mutamenti in atto alla fine
del decennio degli anni Ottanta, ma senza dubbio è influenzato dalle
immagini delle macerie del Muro.
Giovedì
Giovedì
si apre con una delle sequenze più interessanti di tutto il film:
viene ripreso un cavalcavia, elemento centrale nella cultura
industrial
di
quegli anni. In questo episodio il protagonista è il ponte, simbolo
di unificazione e di passaggio, ripreso in una lunga carrellata in
cui la macchina da presa è sospesa nel vuoto. In sovrimpressione
possiamo leggere dei nomi (seguiti da età e professione) che
scorrono elencando i 14 suicidi compiuti saltando da quel ponte. La
rappresentazione è quasi documentaristica, manifestando la continua
sperimentazione del regista nella costruzione formale del film.
Il
luogo scelto da Buttgereit è stato realmente teatro di molteplici
suicidi, ma i nomi che leggiamo sono inventati, lasciando al regista
e allo sceneggiatore Franz Rodenkirken la libertà di compiere due
citazioni letterarie e cinematografiche.14
Tra i morti suicidi leggiamo il nome “Karl Büchner”. Buchner
(1813-1837) è stato un famoso rivoluzionario, scienziato e
drammaturgo tedesco.15
Tra
i primi però ci sono anche “Nadine & Nicole Mantl”, due
gemelle che si sono tolte la vita assieme, riferimento più che
esplicito alla coppia di gemelli suicidi Beverly
e Elliot Mantle, protagonisti di Inseparabili
(Dead
Ringers,
1988) di David Cronenberg.
Venerdì
Una
zitella (Eva-Maria Kurz) spia dalla finestra due amanti
nell'appartamento di fronte (uno di questi è Jörg Buttgereit). Poi
non riesce più a vederli, esce di casa cercando di trovare un posto
migliore per osservarli, ma è costretta a rientrare. Prova a
telefonare, ma non risponde nessuno. A questo punto cerca di
impegnare il tempo in altre faccende: beve qualcosa, mangia un
cioccolatino, ascolta un carillon, legge la lettera che ha ricevuto.
Qui
lo spettatore capisce il gioco di Buttgereit e scorgendo il contenuto
della lettera comprende il filo conduttore che lega assieme tutti gli
episodi del film. Il tema della scopofilia, presente anche nel
Martedì,
trova in questo episodio una maggior potenza. Lo spettatore, ora che
ha letto la lettera, è tentato dal capire se la donna deciderà di
togliersi la vita, e nel contempo si chiede che fine hanno fatto i
due amanti dell'appartamento di fronte. La zitella si stende sul
divano sognando lei bambina che spia, o più semplicemente s'imbatte,
nei suoi genitori impegnati in un amplesso. Quando si sveglia ritorna
alla finestra e la macchina da presa si sposta nella camera da letto
dei ragazzi mostrandoceli entrambi distesi sul letto, morti, avvolti
da lenzuola macchiate di sangue.
Sabato
Studio
di montaggio. Un proiettore ci mostra alcuni filmati amatoriali
girati in 16mm. Buttgereit, con il medesimo impianto formale con cui
ha costruito negli episodi precedenti vari livelli di
rappresentazione e metarappresentazione interni al film, ci propone,
come voce narrante, una serie di filmati che costruiscono una nuova
storia. Il primo è una semplice prova, dura pochi secondi ed è
girato in soggettiva. Nel secondo vediamo una ragazza (Angelica Hoch)
che legge ad una bambina un libro che spiega, anticipando l'intero
nucleo tematico di Sabato,
come alcune persone siano spinte all'omicidio cercando la morte a
loro volta.
Il
terzo corto è una sorta di omaggio alla famosa scena dello specchio
di Taxy
Driver (Martin
Scorsese, 1976), recuperata anche da Ferrara ne L'angelo
della Vendetta:
una ragazza di fronte allo specchio carica la pistola e si prepara
per andare ad uccidere indossando un'imbragatura per una cinepresa a
spalla.
Il
corto successivo non è altro che il ripreso in soggettiva di ciò
che fa la ragazza: si reca ad un concerto, comincia a sparare sul
pubblico, sui musicisti sul palco, poi viene colpita da una
pallottola sparata da un ragazzo in sala. La forma amatoriale, la
completa assenza di rumori ambientali (continuiamo a sentire il
fruscio meccanico del proiettore) ed il realismo della
rappresentazione rendono molto vivida questa sequenza tanto che fa
pensare ad uno snuff
movie.
L'espediente rappresentativo, qui giocato limitatamente a questo
episodio, è il medesimo di Cannibal
Holocaust (Ruggero
Deodato, 1980) nel quale lo spettatore si siede assieme ad alcuni
personaggi in un ipotetico spazio comune, a visionare delle pellicole
documentaristiche particolarmente crude. L'espediente ripresa in
soggettiva permette al regista tedesco di mostrare che quando la
ragazza viene uccisa, muore
il film e, metaforicamente, il fruitore calato in prima persona nella
visione.
Il
cortometraggio finale è una ripresa compiuta da un'altra cinepresa
della presenza della ragazza al concerto.
Se
il film di Ferrara e di Scorsese sono i punti di riferimento di
Buttgereit per costruire questo suicidio-omicidio, l'idea della
camera a spalla che riprende in prima persona gli omicidi della
protagonista cita L'occhio
che uccide (Peeping
Tom,
1969) di Michael Powell, in cui il regista-assassino tenta di
registrare il momento in cui le proprie vittime muoiono, terrorizzate
di scoprire che l'obbiettivo della cinepresa nasconde una lama.
Domenica
In
sei giorni Dio creò il cielo e la terra. Nel settimo giorno si
uccise. Domenica è il settimo giorno, il dì di festa. Il
protagonista ideale di questo episodio è Dio.
In
una claustrofobica e asettica stanza completamente bianca viene
consumato l'unico suicidio senza ragione. Un uomo (Nicholas Petche)
si alza dal letto. Si tiene la testa tra le mani, piange, poi
comincia a sbattere violentemente la testa contro al muro, fino a
ferirsi il capo e morire.
1
Der Todesking è
stato girato nel
1989, anno della caduta del muro, ed è uscito nel 1990, anno
dell'unificazione delle due Germanie.
2
“Ciò che mi uccide è il mio segreto”. Pierre François
Lacenaire (1803-1836): poeta, scrittore e criminale francese. More
alla ghigliottina accusato – e reo confesso
– di un duplice omicidio consumato a colpi d'ascia.
3
Friedrich Nietzsche,
Also sprach
Zarathustra. Ein Buch für Alle
und Keinen,
1883-1885 (tr.it. Così
parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno,
Adelphi, Milano, 1998, p.25).
4
L'idea originale del regista tedesco prevedeva di usare la stessa
lettera come invito alla proiezione della prima del suo film, ma i
tempi non lo permisero.
7
Manolo Magnabosco, In
viva
morte morte viva vivo,
“www.nothingburnsinhell.com”,
pubblicato poi in Aa.
Vv. Pesarhorrorfest
4,
cit, p. 25.
8
La videoteca
che si intravede non è altro che il famoso Videodrome, punto di
riferimento berlinese durante gli anni ’90 per gli amanti
dell’exploitation, il cui proprietario è un amico del regista.
9
Tra l'altro
inverosimile, poiché di Nekromantik
in Germania è vietata la vendita, il noleggio e pare anche il
possesso.
11
fondata dal
trio Flint-Kerekes-Slater proprio per permettere la circolazione in
UK delle opere di Buttgereit.
13
Jean
Baudrillard,
Le
système des objects,
Gallimard, Paris, 1968 (tr.it. Il
sistema degli oggetti,
Bompiani, Milano, 2003, p. 196).
14
L’episodio
Giovedì vede come protagonista il “Ponte delle Lacrime”, una
costruzione vicino Berlino realmente esistente e tristemente famosa
perché assurta a simbolo dei suicidi. Secondo le note di produzione
dello stesso Buttgereit, la lista dei nomi che compare durante
questo episodio si riferisce a coloro che hanno perso la vita l’anno
prima della messa in scena del film. I nomi delle vittime
naturalmente sono stati cambiati per questioni legali
15
Tra i nomi scorre anche quello di Ignaz Hofer, pittore austriaco
della prima metà del XIX secolo.
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